2016/09/26

Cosa vuole la gente?

E' molto difficile rispondere a questa domanda. E' già difficile rispondere alla domanda "cosa voglio io?" e dato che non vogliamo tutti le stesse cose, come si fa a capire cosa vogliono gli altri?

Credo comunque che per rispondere alla prima domanda devo prima capire cosa voglio io e poi le differenze e le affinità tra ciò che voglio io e ciò che vogliono gli altri.

Cosa voglio io?

Dato che appartengo ad un ceto sociale benestante, non desidero aumentare le mie ricchezze, e dato che godo di una salute soddisfacente, non desidero migliorare la mia salute. Essendo inoltre soddisfatto della mia intelligenza, della mia cultura e delle mie capacità, non ho nemmeno il desiderio di diventare ancora più intelligente, più colto e più capace. I miei desideri riguardano piuttosto la qualità dei miei rapporti con gli altri. In sostanza, vorrei avere più amici, essere più riconosciuto e più amato.

Cosa vogliono gli altri?

La prima cosa che mi viene in mente è che coloro che sono meno competitivi (in termini di ricchezza, salute e capacità) desiderano diventare più competitivi, cioè più ricchi, migliorare la propria salute e aumentare le proprie capacità personali. Per quanto riguarda i miei desideri, non so in quale misura essi siano condivisi dagli altri.

Avere più amici: chi ha molti amici non desidera averne di più.

Essere riconosciuti: chi è abbastanza riconosciuto non desidera esserlo ancora di più.

Essere amati: chi si sente amato non desidera esserlo ancora di più.

Alla domanda "cosa vuole la gente?" si potrebbe dunque rispondere: quello che ad essa manca, ovvero: soddisfare i suoi bisogni insoddisfatti.

Il problema diventa allora capire quasi siano i bisogni umani, e in quale misura "la gente" riesce a soddisfarli.

Vedi anche Pragmatica dei bisogni.

2016/09/25

I problemi della gente

Ogni essere umano ha i suoi problemi più o meno gravi. Il problema è che quasi tutti tendono ad occuparsi dei propri problemi, ma non di quelli altrui, che non conoscono né vogliono conoscere.

Fanno eccezione alcuni che, sbagliando, pensano che gli altri abbiano gli stessi loro problemi, o problemi particolari che invece quelli non hanno, mentre hanno problemi che essi non conoscono, e in certi casi non hanno problemi importanti.

Inoltre, molti non conoscono i propri problemi, credono di conoscerli ma sono in realtà diversi da quelli che credono di avere.

In questa problematica situazione, a causa del fatto che affrontare problemi è spesso doloroso, molti cercano di non pensare né ai propri, né a quelli altrui, distraendosi o occupandosi con attività impegnative.

E' così che i problemi dell'umanità restano per lo più irrisolti.

2016/09/24

L'arte del ciarlatano

L'arte del ciarlatano consiste nel prendere idee di successo e combinarle in modo nuovo, con parole nove, dando l'illusione di dire qualcosa di nuovo. Il problema è che la maggior parte delle idee di successo sono falsità e fantasie. Il segreto del successo del ciarlatano è dunque quello di inserire qualche perla d'incontestabile verità e saggezza tra le falsità e le fantasie. Lo stesso vale per gli autori delle sacre scritture di molte religioni.

L'arma vincente di ogni ciarlatano

L'arma vincente di ogni ciarlatano consiste nell'inserire qualche perla d'incontestabile verità e saggezza tra le falsità e le fantasie. Lo stesso vale per le sacre scritture di molte religioni.

2016/09/23

La paura inconscia della realtà

Dopo tanti anni di riflessioni e ricerche, sono arrivato a pensare che uno dei fattori principali che ancora oggi determinano il comportamento umano e le relative inibizioni e limitazioni, sia la paura inconscia della realtà.

Per realtà intendo tutto ciò che esiste oggettivamente e indipendentemente dalla sua percezione da parte di qualcuno. Per esempio, il sole è un elemento oggettivo della realtà, che esiste e funziona in un certo modo anche senza che gli esseri umani lo percepiscano, e anche se non esistessimo. Questo vale per ogni altra cosa materiale (masse, energie, informazioni), tra cui le forme di vita vegetali e animali, comprese quelle umane.

Realtà e mistero - Doppia mistificazione nel messaggio papale

Citazione da un articolo di Gianni Cardinale da Avvenire, 5 aprile 2015 (scaricabile da qui):

Il Papa: non abbiate paura della realtà

Nella Veglia pasquale l'invito a «entrare nel mistero».

Non si può «vivere la Pasqua» senza «entrare nel mistero». Perché non si tratta di «un fatto intellettuale», non è solo «conoscere, leggere...», ma «è di più, è molto di più!». Lo ha ricordato papa Francesco nell'omelia preparata per la solenne Veglia pasquale celebrata ieri sera nella Basilica Vaticana. Ed «entrare nel mistero» significa capacità di «stupore» e «contemplazione», richiede di «non avere paura della realtà», di «non chiudersi in sé stessi», di «non fuggire davanti a ciò che non comprendiamo», di «non chiudere gli occhi davanti ai problemi», di «non eliminare gli interrogativi...». «Entrare nel mistero», ha riflettuto il Papa, significa andare oltre «le proprie comode sicurezze», e mettersi alla ricerca «della verità, della bellezza e dell'amore». Per «entrare nel mistero» ci vuole poi l'«umiltà» di «abbassarsi», di scendere dal piedistallo «del nostro io tanto orgoglioso», di «ridimensionarsi», riconoscendo quello che effettivamente siamo: dei «peccatori bisognosi di perdono». E per «entrare nel mistero» ci vuole «svuotamento delle proprie idolatrie» e «adorazione». Perché «senza adorare» non si può «entrare nel mistero».

Questo discorso si può riassumere nei seguenti punti:

Tipi di aggressività

Esistono vari di aggressività tra cui:
quella che l'animale usa su un'altro per nutrirsene o sfruttarlo;
quella che l'animale usa per dominare il branco e/o il territorio;
quella che l'animale usa verso un altro da cui si sente minacciato.
Lo stesso vale per l'aggressività dell'uomo sull'uomo,

2016/09/22

Pensare di meno?

Il nostro modo di pensare, i contenuti dei nostri pensieri possono essere più o meno sani, ovvero realistici, utili al nostro benessere e al raggiungimento dei nostri fini, e tali da permettere una convivenza pacifica e cooperativa con gli altri. Tuttavia, poche sono le persone che si interrogano sulla qualità dei propri pensieri, e ancora meno quelle che cercano di migliore il proprio modo di pensare mediante strumenti come lo studio, la riflessione o la psicoterapia.

Esistono tendenze ideologiche religiose o spiritualistiche che considerano il pensare (ovvero il ragionare)  un ostacolo alla crescita spirituale e al benessere personale, e invitano i propri seguaci a "pensare di meno" con l'aiuto di particolari tecniche di meditazione (o preghiera) e una letteratura orientata in tal senso.

Le pratiche di riduzione del pensiero hanno un certo successo, cioè alleviano effettivamente i disagi di chi le pratica. Ciò è coerente col fatto che, ad una persona esclude che i propri pensieri siano migliorabili, non resta che la scelta tra pensare o non pensare a certe cose. Ne consegue che a chi sa di pensare in modo non sano e non ha intenzione né la capacità di migliorare il proprio modo di pensare, conviene effettivamente pensare il meno possibile.

Come superare il relativismo etico ed epistemologico

Per me il relativismo (epistemologico e/o etico) si supera con la definizione del fine. Se ci poniamo un fine qualsiasi (difficile non farlo) allora il buono e il cattivo, il vero e il falso, il sufficiente e l'insufficiente possono essere determinati rispetto al raggiungimento di quel particolare fine. In altre parole, senza prima definire un fine (o un insieme di fini) non ha senso fare valutazioni.

Distinguere la buona dalla cattiva filosofia

Un mio amico mi ha chiesto: chi può giudicare e distinguere e in base a quali parametri la buona e la cattiva filosofia?

La mia risposta è che ogni essere umano può farlo se vuole e i parametri li può decidere egli stesso. Aggiungo che per me farlo è un dovere morale. Mi aspetto allora una obiezione del tipo: ma così sarà il caos perché ognuno avrà una diversa idea del bene e del male e ci sarà qualcuno che cercherà di imporre agli altri le sue idee in proposito.

Blog di Bruno Cancellieri