2017/06/15

Demoni antagonisti

La psiche è un'arena in cui si affrontano demoni antagonisti e vince il più forte, non il più intelligente.

Chi è educabile?

I bambini si possono educare, gli adulti no.

In realtà si possono educare gli adulti che desiderano essere educati, che cercano maestri portatori di idee nuove rispetto a quelle già acquisite. Mi pare che adulti di questo tipo in giro ce ne siano ben pochi. Infatti quasi tutti gli adulti cercano leader e pseudomaestri che confermano le loro idee e giustificano, deresponsabilizzano o elogiano i loro comportamenti.

Vedere i demoni

Mi sento come Galileo Galilei, che vedeva la terra girare intorno al sole, e veniva punito per questo. Io vedo i demoni che popolano la mia persona e quella di ogni altro umano, ma quando lo racconto mi prendono per pazzo o arrogante.

Dove ti portano i tuoi demoni

Va' dove ti portano i tuoi demoni, ma non perderli mai di vista e scegli sempre quali far prevalere.

Demoniferi

Sono un demonifero (portatore di demoni) in mezzo a tanti altri demoniferi.

Quando interagisco con una persona, in realtà i miei demoni interagiscono con i suoi.

Dovremmo smetterla di considerare le persone come fenomeni unitari, cioè guidati da una unica coscienza e dotati di una unica volontà. Ogni persona è un portatore di demoni autonomi, indipendenti e spesso antagonisti, che concorrono per determinare il comportamento della persona stessa.

Si potrebbe anche stabilire una tipologia umana beata sul modo in cui i demoni del soggetto si rapportano, ovvero il loro livello di conflittualità, e se, in caso di conflitto, questo dà luogo a paralisi oppure alla rimozione del demone più debole oppure ad un'alternanza di potere tra i demoni stessi.

Chi può essere spontaneo?

La spontaneità è un lusso che solo chi non ha grandi conflitti interiori può permettersi.

Riti di appartenenza

Molte conversazioni ed espressioni umoristiche non sono altro che riti di comune appartenenza.

Dichiarazioni di appartenenza

Siamo continuamente spinti ad esprimere agli altri la nostra comune o non comune appartenenza a qualche contesto sociale. Questo bisogno è fonte di tensione perché da essa dipende il carattere della relazione con l'altro. Infatti, quando due umani si incontrano, la prima cosa che sentono di dover fare è stabilire se siano amici o nemici, ovvero se interagire in modo amichevole o ostile, ovvero se appartengano alla stessa confraternita o a confraternite diverse, e, in quanto diverse, ostili. Anche una semplice e banale conversazione può servire allo scopo. È difficile, se non impossibile, sfuggire al reciproco riconoscimento delle appartenenze. Perché non parlare è segno di ostilità o estraneità, e parlare comporta rivelare le proprie appartenenze.

A che serve conversare

Ci sono persone per cui conversare serve solo a confermare la loro appartenenza a certi contesti sociali, e ad ottenere riconoscimenti e rassicurazioni in tal senso. Esse sono incapaci di condurre un dialogo creativo o costruttivo in senso filosofico.

In altre parole la maggior parte della gente ha bisogno di conversare solo per essere rassicurata nelle proprie appartenenze e dignità sociali.

Perché facciamo ciò che facciamo

Quasi tutto ciò che facciamo, ad eccezione della soddisfazione dei bisogni fisici, lo facciamo per confermare la nostra appartenenza, o essere accettati o riconosciuti come degni appartenenti a qualche gruppo o categoria sociale.

Questo ci è necessario per poter interagire con vantaggio con altri esseri umani, perché ogni interazione presuppone certe appartenenze a certi gruppi o categorie.

Blog di Bruno Cancellieri