2015/12/18

Uso della psicologia da parte di non psicologi: rischi ed effetti collaterali

Prima di entrare nell'argomento è utile che io dica alcune cose su di me. Non sono laureato e l'unico mio titolo di studio è un diploma di scuola media superiore con specializzazione in elettronica ed energia nucleare ottenuto col minimo dei voti. Le mie conoscenze di psicologia e di altre scienze umane e sociali (filosofia, sociologia, neuroscienze ecc) sono autodidattiche, frammentarie, parziali e in molti casi ottenute attraverso fonti enciclopediche e citazioni anziché dalla lettura diretta dei vari autori. Ciò nonostante, ho scritto un saggio di psicologia ("Psicologia dei bisogni e della resistenza al cambiamento"), ho inventato un nuovo tipo di psicoterapia ("Psicoterapia sinottica") e, spesso e volentieri, esprimo le mie idee sui fatti umani in generale e su quelli dei miei interlocutori, usando concetti presi dalla letteratura psicologica e umanistica, e, più raramente, miei originali.

Non tutti accettano di buon grado il mio uso della psicologia nelle conversazioni. Infatti, a volte, a causa di ciò che dico, vengo implicitamente o esplicitamente accusato di saccenza, presunzione, arroganza, narcisismo, eccessiva tendenza a giudicare, senso di superiorità e cose simili. In certi casi vengo anche rimproverato, implicitamente o esplicitamente, di fare lo "psicologo abusivo", nel senso di non avere il curriculum di studi né esperienza sufficiente per parlare di psicologia con competenza, e di avere un atteggiamento "professorale" fuori luogo, cioè quello di uno che vorrebbe insegnare qualcosa a chi non la sa, con la segreta motivazione di dimostrare di sapere di più, e di ragionare meglio, del suo interlocutore.

Ottengo reazioni di questo tipo sia da parte di non psicologi che di psicologi. L'insofferenza o antipatia che i miei discorsi a volte suscitano in certe persone mi rattrista e mi spinge a cercare di capire la natura del problema, e a individuare possibili errori da parte mia o dei miei interlocutori.

In tale ricerca non posso fare a meno di usare le mie conoscenze psicologiche. Se non lo facessi, quali strumenti di comprensione mi rimarrebbero? Ascoltare solo le emozioni mie e altrui? Fidarmi acriticamente di chi mi critica, specialmente se si tratta di persone legalmente abilitate ad esercitare la professione di psicologo? Confrontare il numero delle persone che mi stimano con quello di quanti mi considerano arrogante e dar ragione alla maggioranza? Nessuno di questi criteri mi sembra affidabile, quindi cercherò, anche in questo caso, di usare la psicologia.

A questo punto vorrei aprire una parentesi per spiegare come io considero la psicologia e le scienze umane e sociali in generale.

A differenza delle scienze naturali, caratterizzate da una sistematicità e un generale consenso da parte degli scienziati di tutto il mondo, le discipline umane e sociali (filosofia, sociologia, psicologia, antropologia ecc.) sono un caos di opinioni e posizioni settarie, arbitrarie, spesso astruse, che obbligano chi vorrebbe acquisire una sufficiente conoscenza dell'Uomo a districarsi in una confusione di proposte difficili persino da reperire e classificare, oltre che da decifrare, anche a causa della mancanza di un glossario e di teoremi universalmente accettati.

Tale confusione nasconde mistificazioni e conflitti di interessi. Infatti le scienze umane e sociali hanno un impatto nella politica, nella religione, nell'economia, nell'etica,  possono favorire o contrastare autorità politiche, religiose, accademiche e possono essere usate per giudicare da un punto di vista etico e pragmatico il comportamento dei singoli nelle famiglie, nei gruppi, nelle organizzazioni e nelle istituzioni.

Inoltre occorre tener presente che la conoscenza è sempre stata uno strumento di potere e motivo di rispetto verso colui che è riconosciuto come più sapiente. Per questo, criticare un autore e pretendere di avere una teoria migliore della sua, corrisponde ad affermare di avere un'autorevolezza maggiore, di valere di più, e quindi di meritare maggiore credito, riconoscimento, e quindi potere e privilegio, nella società.

Cosa dovrebbe fare allora chi desidera conoscere la natura umana attingendo al patrimonio scientifico e letterario disponibile? Prima di tutto diffidare e sospettare di ogni proposta culturale e intellettuale, non affidarsi mai ad un solo autore o ad una sola scuola di pensiero, e poi praticare il "pick and mix" (cogli e mescola), cioè assaggiare (direttamente o attraverso riassunti, citazioni e commenti) il maggior numero possibile di proposte, rifiutare quelle più astruse e inconcludenti, scegliere le idee che ci sembrano più convincenti e usarle per costruire una propria personale visione del mondo e dell'Uomo. Il tutto con un approccio pragmatico, vale a dire, chiedendosi, di ogni idea, a cosa, chi e perché essa sia utile e, se applicata, quali cambiamenti potrebbe produrre, o impedire, nella propria vita e in quella del prossimo. Questo è ciò che ho sempre cercato di fare.

Chiarito il mio punto di vista sulle scienze umane e sociali, torno all'argomento in oggetto, per esaminare i rischi e gli effetti collaterali dell'uso della psicologia da parte dei "non psicologi".

Prima di tutto vorrei chiarire il significato del termine "psicologo" facendo un parallelo con quello di "filosofo". Infatti, io penso che la filosofia e la psicologia non dovrebbero essere due discipline distinte, ma una unica.

Cos'è un filosofo? Ci sono due categorie di filosofi: quelli che insegnano filosofia (in realtà si dovrebbe dire la storia della filosofia), e quelli che si comportano con filosofia, cioè usano la filosofia (una certa filosofia, perché le filosofie sono tante e in contrasto tra loro) come guida per vivere e interagire col prossimo. Infatti, un professore di filosofia nella sua vita privata potrebbe non seguire alcuna filosofia o vivere contraddicendo la filosofia che insegna e, viceversa, ci sono persone che seguono una filosofia senza insegnarla, o senza nemmeno rendersi conto di vivere secondo una certa filosofia.

Analogamente ci sono due tipi di psicologi: quelli che insegnano psicologia (una certa psicologia, perché le psicologie sono tante e in contrasto tra di loro) o la praticano come psicoterapeuti, e quelli che si comportano con psicologia, cioè la usano come guida per vivere, capire se stessi e gli altri, e interagire col prossimo nel modo più soddisfacente per tutti.

Ebbene, io mi considero uno psicologo del secondo tipo, ma a volte sono percepito come uno che cerca di assumere, indegnamente, il ruolo del "maestro psicologo". D'altra parte penso che in tale percezione ci sia qualcosa di reale nella misura in cui spiegare le proprie idee costituisce una forma di insegnamento nei confronti delle persone a cui quelle idee non vengono in mente a causa delle proprie minori conoscenze. Questo è vero in qualsiasi campo. Infatti, senza accorgercene, tutti noi, ogni tanto, chi più chi meno, assumiamo consciamente o inconsciamente, il ruolo di maestro quando diciamo a qualcuno cose che non sono scontate o che l'altro non conosce.

Come ho detto sopra, la conoscenza è anche potere, e quando si tratta della conoscenza dell'uomo e dei meccanismi dell'interazione umana, il potere può essere molto pervasivo e insidioso, e può avere conseguenze importanti a livello familiare, politico, religioso, etico, accademico ed economico.

Secondo me c'è, nei più, la tendenza a nascondere la propria ignoranza, come se, ammettendola, dovessero accettare un ruolo subordinato nella società, o addirittura l'emarginazione o l'esclusione sociale. Questa tendenza può diventare inconscia al punto da causare la rimozione (in termini psicoanalitici) dell'ignoranza stessa, cosicché uno finisce per credere di sapere tutto quello che occorre per essere rispettato ed accettato dagli altri e per interagire in modo giusto e produttivo. In altre parole, ognuno crede di avere ragione. Chiamerei questo fenomeno "la paura inconscia di avere torto".

La psicologia fa paura a certe persone perché è potenzialmente in grado di spiegare i "veri" motivi del loro comportamento e, come tale, rilevare e rivelare i loro "torti" o errori. Per tale motivo, molte persone vorrebbero che solo lo psicologo a cui si rivolgono quando hanno dei problemi che non riescono a gestire, sia autorizzato a mettere in discussione il loro comportamento e cercarne i motivi, così come i cattolici si confessano solo col prete. Per queste persone, uno che "fa psicologia" al di fuori del setting terapeutico e senza un'abilitazione ufficiale ad esercitare la professione di psicologo o psicoterapeuta, costituisce una minaccia, perché rischia di far venire alla luce motivazioni, torti ed errori inconfessabili, al di fuori di un contesto riservato e protetto dal segreto professionale. Questo, secondo me, spiega l'irritazione di cui io sono oggetto quando uso gli strumenti della psicologia nell'indagare e discutere il comportamento umano. In altre parole, credo che tale irritazione nasconda la paura incoscia di essere giudicati, e condannati ad una posizione sociale di minore prestigio e dignità. Tale paura è inversamente proporzionale all'autostima e alla sicurezza di sé dell'interessato.

In realtà la psicologia non serve a giudicare, ma piuttosto a demistificare, smascherare le vere motivazioni all'origine dei comportamenti di individui e gruppi. E questa funzione demistificatrice  fa paura a chi, consciamente o inconsciamente, ha qualcosa da nascondere.

La psicologia riguarda tutti noi esseri umani, costituisce il libretto di istruzioni dei nostri congegni consci e inconsci, e, in quanto tale, dovrebbe interessare chiunque, non essere confinata nelle aule universitarie, negli studi psicoterapeutici, negli uffici dei consulenti o dei pubblicitari, nei media, o riguardare solo chi è affetto da disturbi e malesseri mentali. Dovrebbe essere oggetto di discussione quando si affronta qualsiasi tema che abbia a che fare con il comportamento dell'Uomo in generale o di persone particolari. Il comportamento umano non può essere compreso razionalmente senza usare chiavi psico-filosofiche e non c'è nessun giustificato motivo per cui la psicologia non dovrebbe essere insegnata nella scuola dell'obbligo e usata comunemente nelle conversazioni e discussioni che riguardano la società e gli individui. Purtroppo, invece, la psicologia è generalmente trascurata, se non ignorata, temuta o disprezzata. Anche nel mondo accademico si osserva una ingiustificabile assenza di interdisciplinarità e cooperazione tra le diverse specializzazioni umanistiche, cosicché, ad esempio, molti filosofi non usano mai concetti psicologici e, viceversa, molti psicologi non usano mai concetti filosofici, come se ogni disciplina bastasse a se stessa. Questo avviene anche tra diverse scuole di psicologia che si ignorano a vicenda, per non parlare di quando si disprezzano esplicitamente. Scuole che operano come sette ideologiche gelose e rivali l'una dell'altra.

Una parte di responsabilità di questo stato di cose è da addebitare alle autorità religiose, per cui la psicologia costituisce una minaccia, dato che il fenomeno religioso può essere spiegato in termini psicologici tali da minare potenzialmente le basi delle religioni stesse, che invece interpretano il comportamento umano, il benessere e il malessere, in termini teologici.

Anche le autorità politiche sono parzialmente responsabili del poco rispetto di cui gode la psicologia. Questa, infatti, costituisce una minaccia al potere politico, perché esso è basato sulla demagogia e la manipolazione delle masse, che la psicologia è in grado di svelare e demistificare, potendo così minare le basi del consenso politico.

A questo punto, ritengo doveroso fare l'avvocato del diavolo e cercare motivazioni inconfessabili o comunque criticabili nel mio comportamento. E' un esercizio che faccio spesso, da quando ho capito, grazie proprio alla psicologia, che non ci si può fidare delle spiegazioni di nessuno, neanche delle nostre, perché ogni mente tende a filtrare tutto ciò che può mettere in discussione la propria dignità sociale, e altera la realtà in modo da avere un'immagine di sé accettabile e rassicurante.

Ecco dunque la mia ipotesi autocritica. Da bambino avevo un doppio complesso d'inferiorità, in quanto avevo una costituzione fisica debole e delicata, e provenivo da una famiglia di origini umili in cui la cultura, l'estetica e il divertimento non erano considerati importanti, anzi, erano visti con diffidenza, come pericoli rispetto ai valori familiari dominanti che erano il successo nel lavoro e la sicurezza economica. In più, mio padre era piuttosto autoritario e, sebbene non avesse mai letto un libro, credeva di conoscere la vita meglio di tanti intellettuali che parlavano in televisione e non perdeva occasione per vantarsene, usando il suo successo nel commercio come prova. Queste cose mi facevano sentire emarginato rispetto ai miei compagni di scuola e di quartiere, ed erano causa di frustrazione e timidezza.

Come ci insegna la psicologia individuale di Alfred Adler, a fronte di un complesso di inferiorità la psiche tende a sviluppare strategie compensative, cioè a cercare la superiorità in campi dove questa è possibile. Credo di avere un certo talento in diverse attività tra cui l'analisi e la sintesi, la logica, l'argomentazione, la sensibilità rispetto ai temi etici, sociali, filosofici e psicologici, e uno spirito critico capace di rilevare facilmente incoerenze, contraddizioni e lacune nei discorsi altrui e miei. Inoltre, i risultati dei test d'intelligenza a cui mi sono sottoposto hanno generalmente dato risultati lusinghieri. E' lecito, quindi, sospettare (e infatti lo sospetto) che la mia passione per la psicologia e la mia tendenza a esprimere idee e opinioni "intelligenti" e in chiave psicologica, siano nate da un bisogno di compensare inferiorità che inconsciamente ancora sento, e di ottenere una rivincita rispetto a persone che inconsciamente invidio e continuo a percepire con risentimento come miei "emarginatori". Inoltre non escluderei che ci sia ancora in me una rivalità inconscia nei confronti di mio padre, sebbene egli non sia più in vita.

Ammettiamo che questi sospetti circa le "vere" cause del mio "psicologare" siano (ancora) fondati, dovrei forse per questo smettere di interessarmi di psicologia e di usarla per capire me e gli altri? Smettere di criticare le masse, gli individui e certi intellettuali per lo stato miserabile in cui si trova ancora l'umanità? Lasciare che di psicologia si occupino solo i professionisti di questa materia? Autocensurarmi e tacere ogni volta che penso di aver trovato una spiegazione psicologica del comportamento di qualcuno?

Terminata l'arringa dell'avvocato del diavolo e avviandomi a concludere queste mie riflessioni, ritengo che usare spiegazioni psicologiche e/o psicoanalitiche durante una conversazione con persone che temono di essere giudicate o messe in discussione (la maggioranza!) è sempre rischioso, anche quando si parla in termini astratti o si fa riferimento a persone non presenti: questo modo di fare può facilmente generare negli ascoltatori irritazione, sconforto, ansia e, nei casi più gravi, reazioni aggressive scomposte, miranti a invalidare e punire lo "psicologo abusivo" accusandolo di arroganza e altre qualità negative senza alcun fondamento oggettivo o razionale. Infatti in queste situazioni, di solito chi reagisce non entra nel merito delle spiegazioni psicologiche espresse dall'altro (anche perché spesso non è in grado di argomentare contro di esse) ma mira solo a svalutare la persona che le ha espresse, attaccando la sua personalità e facendo un processo tendenzioso alle sue intenzioni, con esiti facilmente prevedibili. Così facendo, queste persone danno una dimostrazione pratica di come funzionano i meccanismi del "bias cognitivo" e dell'attenzione selettiva, di cui si può trovare un'ottima descrizione nel libro di Daniel Goleman "Menzogna, autoinganno, illusione".

Sappia allora, chiunque voglia applicare la psicologia nella sua vita di tutti i giorni per capire se stesso e gli altri, che questa nobile aspirazione ha pericolosi effetti collaterali: l'ostilità e la calunnia da parte di coloro che hanno paura della psicologia o di psicologi che temono sia messa in discussione la propria formazione.

Non sto dicendo che sia meglio astenersi dall'esprimere opinioni personali in termini psicologici specialmente quando si è in compagnia, ma di mettere in conto, prima di farlo, i possibili effetti collaterali sopra descritti, che saranno diversi a seconda dell'intelligenza, del carattere, dell'autostima, delle conoscenze psicologiche e dell'ortodossia intellettuale delle persone coinvolte.

2 commenti:

  1. Ciao! Ho letto con interesse il tuo articolo e ti dico, sinceramente, che è una riflessione davvero interessante! Magari ci fosse l'interesse che hai tu nella filosofia, nella psicologia e nel loro uso attivo per comprendere gli altri, se stessi, per migliorarsi...per migliorare i propri comportamenti! L'articolo è ben scritto e comunica esaurientemente le tue motivazioni ed esprime quel disagio indotto dalle critiche di persone evidentemente problematiche, che pensano di dover essere le uniche a detenere questo "potere" conoscitivo.
    Nella mia professione di docente di scuola primaria, laureata in psicologia, cerco di usare le mie conoscenze per offrire agli alunni proprio quegli strumenti di lettura psicologica che tu hai sapientemente ricercato in modo autonomo e responsabile. Ovviamente non faccio terapia, ma conoscere le dinamiche relazionali, motivazionali conscie e inconscie, aiuta moltissimo a porsi in modo corretto nei confronti degli altri. Nessuna mania di controllo o di esercitare un potere di chissà quale tipo, ma solo usare delle chiavi di comprensione... Continua così!

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  2. Bruno Cancellieri22 dicembre 2015 08:51

    Tu stai facendo proprio quello che io auspico nell'articolo: insegnare la psicologia nella scuola dell'obbligo. Stai realizzando un'utopia. Spero che ci siano tanti insegnanti come te che, senza aspettare che questo tipo di insegnamento venga inserito nei programmi stabiliti dal ministero dell'istruzione, lo offrono spontaneamente a bambini e ragazzi. Brava!

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